“Non inseguo la perfezione: ogni imperfezione è un varco attraverso cui si rivela l’anima dell’opera, un segno della mia arte e un frammento di ciò che sono” IsaMarBuc
La natura è il punto da cui parto più spesso, ma non è soltanto ciò che rappresento. Mi interessano la sua forza, le fragilità, gli equilibri precari e le contraddizioni. La capacità di adattarsi e sopravvivere, ma anche le ferite che porta, molte delle quali provocate proprio dall'essere umano, che della natura fa parte e sembra dimenticarsene fin troppo facilmente. Osservando gli animali, le persone e ciò che mi circonda, ritrovo somiglianze che vanno oltre l'apparenza. Istinti, paure, desideri, comportamenti e reazioni che spesso raccontano più delle parole. Mi affascina soprattutto ciò che non si mostra immediatamente: il carattere, le emozioni, i pensieri nascosti e le contraddizioni della mente umana. A volte tutto comincia da uno sguardo, da una forma insolita, da una corteccia segnata dal tempo o da un dettaglio apparentemente insignificante. Altre volte è un pensiero a cercare un'immagine. Non sempre so in anticipo dove mi porterà un'idea, e non sento il bisogno di saperlo. Mi interessa poterla seguire, modificarla e lasciare che trovi la propria forma, anche quando il risultato si allontana da ciò che avevo immaginato.
Non cerco uno stile che mi trattenga
Mi muovo tra figurazione, gesto, materia, astrazione e suggestioni surreali. Non perché non sappia scegliere una direzione, ma perché non credo che ogni idea debba essere costretta a esprimersi nello stesso modo. Alcune opere richiedono precisione, altre sembrano perdere qualcosa quando provo a controllarle troppo. A volte basta un segno sottile, altre servono una spatolata decisa, una superficie ruvida, una bruciatura o un colore che interrompa l'equilibrio. Non comincio pensando a quale stile utilizzare. Cerco piuttosto di capire che cosa voglio esprimere e quale linguaggio possa restituirlo meglio. Anche i materiali hanno il loro carattere. Il legno, la tela, il colore e la materia reagiscono in modi differenti. Posso avere un progetto ben preciso, ma non sempre hanno intenzione di collaborare. E forse è meglio così: quando tutto è troppo prevedibile, una parte del piacere di creare se ne va.
Tra realtà e interpretazione
Ammiro gli iperrealisti. Davvero. Davanti a certe opere mi viene voglia di avvicinarmi per controllare che non abbiano nascosto una fotografia da qualche parte. Poi osservo meglio e penso: «Va bene, hai vinto tu». È una capacità tecnica straordinaria, ma non è ciò che cerco nella mia arte. Posso partire da un volto, da un animale o da un paesaggio, ma prima o poi sento il bisogno di modificarlo, scomporlo, accentuare qualcosa o lasciarne sfuggire un'altra parte. Non mi basta riprodurre quello che vedo. Voglio che, passando attraverso le mie mani, acquisti un significato diverso. Mi attirano il figurativo gestuale, il surrealismo e le contaminazioni tra tecniche. Una figura può rimanere riconoscibile mentre il resto si dissolve nel colore, si graffia o si trasforma nella materia. Anche nel surrealismo, però, ho le mie preferenze. Non basta mettere un elefante in cielo o far crescere un albero dalla testa di qualcuno per convincermi. Un'immagine insolita può sorprendere, ma dopo la sorpresa voglio trovare un motivo per continuare a guardarla. E soprattutto mi piace riconoscere la mano dell'artista. Il gesto, le esitazioni, le decisioni prese mentre l'opera prende forma. Qualcosa che non potrebbe essere ripetuto esattamente nello stesso modo. Non vorrei che davanti a un mio lavoro qualcuno dicesse soltanto: «Sembra una fotografia». Lo prenderei come un complimento alla tecnica, naturalmente, ma forse penserei anche: «Accidenti, potevo scombinarlo un po' di più».
Il fuoco, il colore e la materia
La pirografia occupa un posto particolare nella mia ricerca. Mi piace considerarla una forma di pittura con il fuoco, nella quale il calore prende il posto del pigmento e la superficie del legno reagisce a ogni movimento della punta. È una tecnica che richiede attenzione, pazienza e una buona dose di ostinazione. Il fuoco non è esattamente il collaboratore più accomodante del mondo. Non dispone di un tasto «annulla» e non sempre sembra interessato alle mie intenzioni. A volte riesco a guidarlo, altre devo adattarmi a ciò che ha lasciato sulla superficie. Del legno mi affascinano le venature, i nodi, le differenze di consistenza e persino i difetti. Non li considero necessariamente ostacoli da nascondere: possono suggerire forme, interrompere un disegno o diventare parte della composizione. Ma non voglio limitarmi al solo fuoco. Mi interessa accostarlo al colore, alla pittura e ai rilievi materici, sperimentare superfici diverse e lasciare che ogni elemento contribuisca all'espressione dell'opera. Non cerco una tecnica perfetta per ogni situazione. Cerco quella che, in quel momento, mi permette di dire qualcosa che con un'altra non riuscirei a esprimere.
L'imperfezione
Non inseguo la perfezione quando significa cancellare ogni traccia del lavoro manuale. Una superficie irregolare, una sovrapposizione, un segno istintivo possono raccontare più di una finitura impeccabile. Naturalmente questo non significa che ogni errore diventi automaticamente arte soltanto perché lo chiamiamo imperfezione. Sarebbe troppo comodo. Ci sono errori che restano errori, altri che obbligano a fermarsi, osservare e trovare una soluzione diversa. Ed è proprio questo passaggio che mi interessa. Mi è capitato di pensare di aver compromesso un lavoro e di scoprire, continuando, che quella deviazione aveva aperto possibilità alle quali non avevo pensato. L'imperfezione, per me, non è qualcosa da cercare a tutti i costi. È anche la libertà di accogliere ciò che accade mentre creo, senza pretendere che tutto debba corrispondere all'idea iniziale.
«L'imperfezione è il varco da cui l'anima dell'opera si lascia vedere.» - IsaMarBuc
Lasciare qualcosa da scoprire
Non amo spiegare completamente ciò che una persona dovrebbe vedere nelle mie opere. Posso raccontare da dove nasce un lavoro, quali riflessioni lo hanno accompagnato e perché ho scelto una determinata forma. Ma non voglio suggerire un'unica interpretazione. Mi piace pensare che chi osserva possa trovare qualcosa di diverso da ciò che avevo immaginato. Un dettaglio che inizialmente sfugge, una figura che suscita una sensazione inattesa, un significato che cambia secondo l'esperienza personale. Mi interessa anche ciò che accade quando si guarda un'opera da vicino. Da lontano si riconosce un'immagine; avvicinandosi emergono i segni, le bruciature, gli strati di colore, le irregolarità e le tracce della lavorazione. Vorrei che le mie opere conservassero sempre qualcosa da scoprire, anche dopo il primo sguardo. Non cerco necessariamente di offrire risposte. A volte mi basta lasciare una domanda, un dubbio, una sensazione che continui a farsi sentire anche quando lo sguardo si è già spostato altrove.
Parto da ciò che riconosco, per cercare ciò che ancora non ha una forma.