Il nome IsaMarBuc è la mia firma e racchiude radici personali e tappe di lavoro: preferisco che resti un segno discreto, mentre l’opera parla per sé. Credo che l’imperfezione ha un suo fascino: nelle tracce lasciate per caso, nei segni che sfuggono al controllo, emerge una bellezza inattesa che fa respirare l’opera.
“L’imperfezione è il varco da cui l’anima dell’opera si lascia vedere.”
IsaMarBuc
Il mio percorso nasce dall’attrazione per il mondo naturale, dagli umori che affiorano nell’esperienza quotidiana e dagli aspetti misteriosi della psiche. Lavoro senza schemi prefissati: lascio che un’idea emerga, la traduco in tracce rapide su carta e poi la sviluppo attraverso strati, sovrapposizioni e sperimentazioni materiche. Utilizzo tecniche diverse come pirografia, pittura e scultura perché mi permettono di passare dal segno all’oggetto, dal piano bidimensionale alla forma che occupa spazio.
Nel mio metodo il colore non è solo ornamento ma un vocabolario operativo: lo scelgo per effetto, contrasto e intensità, modulandolo con velature, smalti e pastosi che trattengono la luce in modo diverso. Lavoro a volte a strati — preparazione della superficie, interventi a secco, pennellate e poi ritocchi con strumenti inusuali — per ottenere superfici che invitino l’occhio a indugiare. Talvolta inserisco polveri, carte e materiali raccolti per introdurre texture e riferimenti tattili.
Non mi soffermo su un solo stile: sperimento e mi muovo liberamente tra figurativo, espressionismo contemporaneo, astratto e surrealismo. In particolare, il surrealismo unito al figurativo mi permette di dissolvere figure riconoscibili in elementi naturali, simboli e suggestioni oniriche, generando composizioni che stimolano uno sguardo attento e riflessivo. Nei miei quadri, figure umane e frammenti di natura — a volte selvaggi, a volte in netto contrasto — si fondono e si scompongono fino a diventare un’unica immagine, dove conflitto e fusione aprono nuove visioni. Anche in queste contaminazioni, l’imperfezione per me rimane essenziale: non la considero un difetto, ma un’espressionismo gestuale, un respiro che rende ogni opera unica e viva.
La pirografia occupa un capitolo a sé: il legno è materia viva, carica di venature e di storie. Lavorare con il calore significa misurare tempo e pressione, scegliere intenzioni precise e accettare l’imprevisto. Il fuoco incide, annerisce, scolpisce; il mio intervento segue il naturale andamento della fibra, mettendo in evidenza nodi, anni e cicatrici. In alcuni casi integro il supporto ligneo con pigmenti, inchiostri e piccoli inserti metallici per creare tensione tra superficie e rilievo. Anche qui l’imperfezione diventa parte integrante del linguaggio: i segni imprevisti del fuoco raccontano la vitalità del materiale e l’impossibilità di controllarlo del tutto.
Cerco riferimenti nella grande tradizione ma senza imitazioni: Caravaggio e Dalí e Wierusz-Kowalski mi hanno mostrato l’uso drammatico della luce e la libertà del visivo; Michelangelo resta esempio di rigore plastico; artisti come Szukalski mi spingono verso soluzioni scultoree che dialogano con il racconto.
Quando presento i lavori in mostra, penso alla sequenza degli oggetti, ai ritmi cromatici e agli spazi di respiro tra un pezzo e l’altro. Mi interessa che chi entra si trovi davanti a immagini che colpiscono per forza visiva e che stimolino riflessioni: non voglio imporre una lettura, ma offrire elementi perché nascano pensieri, domande e associazioni. In questo senso la mostra è un’occasione per mettere in campo temi urgenti attraverso estetiche pensate e materiali lavorati.
Nel fare, continuo a sperimentare: nuovi strumenti, varianti della pirografia su superfici inusuali, incroci tra pittura e oggetti trovati. L’obiettivo è mantenere il lavoro vivo, in movimento, capace di sorprendere me prima di tutto e poi chi guarda. L’imperfezione accompagna questo processo come compagna di viaggio: è ciò che mantiene il lavoro autentico, libero, mai chiuso in una formula definitiva.